TFR: meglio lasciarlo in azienda o versarlo in un fondo pensione?
Data pubblicazione: 29 settembre 2025
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Quando si parla di TFR, spesso lo consideriamo semplicemente come la liquidazione che riceveremo alla fine del rapporto di lavoro. In realtà, è un vero e proprio risparmio che ogni anno viene accantonato e che può seguire due strade: rimanere in azienda oppure confluire in un fondo pensione. La differenza tra queste due scelte non è banale e può incidere in modo significativo sia per il lavoratore che per l’azienda.
Se il TFR resta in azienda, cresce con una rivalutazione stabilita dalla legge: l’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione. Una formula che garantisce stabilità e certezza, ma che negli ultimi anni ha prodotto rendimenti tutto sommato contenuti. Alla cessazione del rapporto di lavoro, il montante viene liquidato e tassato con il sistema della tassazione separata, calcolata sul reddito medio degli ultimi cinque anni. È una forma di risparmio sicura, ma poco dinamica.
Se invece il TFR viene destinato a un fondo pensione, cambia completamente la prospettiva. In primo luogo, il capitale viene investito e può ottenere nel tempo rendimenti anche superiori alla semplice rivalutazione di legge, con la possibilità di scegliere tra linee garantite, obbligazionarie o più orientate alla crescita. In secondo luogo, c’è il tema della fiscalità: le somme che resteranno investite fino alla pensione godranno di un’aliquota agevolata che parte dal 15% e scende progressivamente fino al 9%, ben più bassa rispetto alla tassazione separata applicata al TFR in azienda. E per chi aggiunge anche versamenti volontari, la deduzione annuale fino a 5.164,57 euro dal reddito imponibile rappresenta un vantaggio concreto e immediato.Anche le aziende hanno interesse a questa scelta. Tenere il TFR in bilancio significa doverlo rivalutare ogni anno e avere un debito che pesa sugli indici finanziari. Al contrario, se il TFR confluisce in un fondo pensione o nel Fondo Tesoreria INPS, l’azienda può dedurre un importo aggiuntivo dal reddito imponibile pari al 4% delle somme versate (che diventa 6% per le imprese con meno di 50 addetti) e risparmia anche sul contributo allo 0,20% dovuto al Fondo di Garanzia INPS. In pratica, un doppio beneficio: meno costi e un bilancio più leggero.
Facciamo un esempio concreto:
Immaginiamo un lavoratore con una RAL di 48.000 euro e un TFR maturato di 30.000 euro.
Se il TFR resta in azienda, al momento della liquidazione la tassazione separata viene calcolata con un’aliquota media che, su redditi di questa fascia, può facilmente superare il 30%. Su 30.000 euro, significa pagare circa 9.000 euro di tasse e ricevere un netto di 21.000 euro.
Se invece lo stesso importo fosse stato destinato a un fondo pensione, al momento della pensione la tassazione sarebbe tra il 9% e il 15%. Anche restando prudenti al 15%, le imposte ammonterebbero a 4.500 euro, con un netto di 25.500 euro. La differenza per il lavoratore è di almeno 4.500 euro, che possono diventare ancora di più considerando i rendimenti accumulati negli anni.
Sul fronte aziendale, se parliamo di un’impresa con 50 dipendenti ciascuno con 2.000 euro di TFR annuo, significa 100.000 euro conferiti al fondo pensione: l’azienda potrà dedurre 4.000 euro in più dal reddito e risparmiare altri 200 euro sul contributo INPS. Non sono cifre che cambiano un bilancio da sole, ma moltiplicate per più anni diventano un risparmio tangibile.
Alla fine non esiste una risposta uguale per tutti: lasciare il TFR in azienda può piacere a chi privilegia la sicurezza e vuole avere la liquidazione pronta alla fine del rapporto di lavoro. Destinarlo a un fondo pensione può invece essere una scelta più lungimirante, perché permette di costruire un’integrazione previdenziale con un regime fiscale agevolato. In ogni caso, vale la pena fermarsi a riflettere: il TFR è una parte importante del nostro patrimonio e decidere come gestirlo significa scegliere oggi quanto potremo beneficiare domani.
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